Presentazione

Introduction:

L’obiettivo ultimo di Refugees Welcome Italia Onlus (d’ora in poi, RWI) è quello di produrre un cambiamento culturale e sociale nel paese promuovendo l’accoglienza in famiglia dei rifugiati e dei titolari di altra forma di protezione. RWI ritiene che questa pratica promuova la diffusione dei valori di reciprocità, circolarità e responsabilità e cambi il modo di pensare alle persone che esprimono un bisogno di ospitalità temporanea per raggiungere una propria autonomia. Una risposta che ambisce ad allargarsi ad altre aree di vulnerabilità e che guarda all’attivismo civico quale strumento e leva per rispondere ai cangianti bisogni della società. 

Quello che avete tra le mani è, quindi, il tentativo di consolidare un patrimonio di conoscenze costruito in 3 anni di attività sul territorio nazionale e arricchito da un continuo confronto con la rete Refugees Welcome International (ad oggi, presente in 15 Paesi del mondo), con le Istituzioni e con gli enti del Terzo Settore. È lo sforzo di un’associazione, ma ancor prima di una comunità creativa, di modellizzare una pratica, rendendone evidenti gli attori, i passaggi, gli strumenti, il processo e il contesto in cui è nata e si è sviluppata. 

Siamo partiti dall’assunto (ad oggi, ampiamente confermato da ben 120 convivenze attivate) che l’ospitalità in famiglia: 

Potesse essere il modo migliore per facilitare la reciprocità, la condivisione e la partecipazione di chi abita (o desidera abitare) i medesimi spazi sociali;

Potesse contribuire, più di ogni altro intervento, al superamento della dimensione di vulnerabilità e disagio che le comunità si trovano a fronteggiare o a subire;

Facilitasse l’espressione delle potenzialità personali per il raggiungimento del benessere e della piena autonomia di ciascun individuo. 

Abbiamo cercato nella prassi conferma del postulato e proviamo ora a restituire quel nocciolo duro di saperi, esperienze, competenze diffuse consolidandole in queste linee guida che rendano replicabile, trasferibile , auspicabilmente, scalabile la nostra esperienza.

A chi ci rivolgiamo

Da queste premesse discendono alcune avvertenze su come leggere queste linee guida, come utilizzarle e a chi, idealmente si rivolgono. Linee guida che in primo luogo, come accennato, si rivolgono agli attivisti e i facilitatori presenti e futuri di RWI. Da questo punto di vista si tratta di uno strumento didattico, divulgativo con cui condividere il nostro approccio, i nostri valori e il nostro metodo. Uno strumento che permetterà di rendere trasparente ed accessibile in tempo quasi reale il più importante patrimonio a disposizione di qualsiasi organizzazione, profit o no profit: la propria base di conoscenza. Un dato importantissimo in un momento storico in cui aumentano le richieste di intervento sul territorio e in cui la disponibilità di tempo di volontari e attivisti è una risorsa vieppù scarsa. 

Avremmo però tradito le nostre stesse aspettative se ci fossimo limitati a progettare, e realizzare, un mero “come fare”. L’ambizione mai sottaciuta di RWI è quella di diffondere in chiave open source il nostro approccio, i nostri strumenti e il nostro metodo perché possa essere valutato, giudicato, criticato, adattato ai diversi contesti locali. In quest’ottica queste linee guida si rivolgono anche agli Enti del Terzo Settore, a cominciare da quelli che hanno sperimentato, pur tra mille difficoltà, l’accoglienza in famiglia e più in generale alle tante organizzazioni che in questi anni hanno cercato di allargare servizi ai beneficiari, cercando, spesso nelle pieghe di prontuari amministrativi e regole rigidissime, di trovare scampoli di umanità e di relazione. A costoro chiediamo di mettere a disposizione la loro competenze e la loro esperienza per far crescere, pur nell’incertezza dell’attuale situazione politica, l’accoglienza in famiglia quale forma integrativa di accoglienza a partire da queste righe e da questo sforzo. Ci rivolgiamo inoltre, con convinzione, alle Istituzioni e agli Enti Locali che, in particolare attraverso gli Sprar, hanno cercato di coniugare accoglienza e inclusione e che ora avranno uno strumento in più per assicurare la seconda tramite la prima (nelle more dell’approvazione delle linee guida sull’accoglienza in famiglia che il Servizio Centrale ha elaborato ma non ancora diffuso). Ma ci rivolgiamo soprattutto alle famiglie accoglienti, ai cittadini attivi perché nel condividere la value proposition di RWI possano aiutarci a farla crescere allargando l’area dei bisogni a cui dare risposta o trovando nuove strade e strumenti per soddisfarli. 

Ci rivolgiamo a costoro nella convinzione che quello che avete tra le mani non sia e non voglia essere un modello chiuso, finito, standardizzato quanto piuttosto un canovaccio, una tela su cui scrivere pagine nuove di solidarietà, incontri e relazione. Un perimetro di riflessione da mettere costantemente in discussione, analizzare, cambiare. 

Al fin di rendere pienamente fruibile queste linee guida andremo a presentare l’ecosistema e gli attori del nostro modello di accoglienza in famiglia prima di addentrarci nella spiegazione del processo, della metodologia e degli strumenti di lavoro che mettiamo a disposizione. Quello che va sottolineato è in ogni caso la curva di apprendimento dell’associazione, passata in 3 anni da immaginare una risposta al bisogno, a co-progettarla con i protagonisti, fino a disegnare una possibile integrazione della stessa nelle politiche e nei dispositivi amministrativi del Welfare locale.

Una risposta sistemica

Come evidenziato, l’ambizione di RWI è stata quella di costruire un modello che tenendo insieme cittadinanza attiva e dimensione tecnologica potesse far crescere l’esperienza di solidarietà fino a farla diventare sistema, favorendo un cambiamento nelle politiche pubbliche. Da qui l’esigenza di modellizzare la pratica, mappare gli stakeholder, promuovere lo sviluppo strategico dell’associazione. All’interno dell’ecosistema di RWI possiamo distinguere tre attori principali e un sistema abilitante:

La famiglia ospitante 

La persona ospitata 

I facilitatori e gli attivisti 

La piattaforma digitale

Tre attori concettualmente distinti ma nondimeno intimamente connessi in quanto ciascuna di queste figure è in relazione con le altre. Se dovessimo rappresentare questa reciprocità con un grafico utilizzeremo dei cerchi concentrici dinamici in continuo movimento e legati l’uno all’altro intenti a disegnare spazi di intimità uniti a spazi di socialità. O se volessimo prendere a modello un recente studio di Marcello Feraco1 l’ospitalità messa in campo da RWI potrebbe essere vista come una rete densa di relazioni tra una molteplicità complessa di attori.

La piattaforma

La proposta di valore di RWI si lega in maniera indissolubile alla piattaforma tecnologica www. refugees-welcome.it: l’idea di sfruttare le potenzialità del digitale per il bene comune, invece che per la massimizzazione del profitto, rappresenta infatti una rottura profonda del modo di operare delle piattaforme digitali e costituisce a tutti gli effetti l’elemento qualificante dell’organizzazione, insieme all’attivismo civico. Al di là delle semplificazioni giornalistiche, “Airbnb dei rifugiati” su tutte, l’intuizione di guardare al digitale come momento di aggregazione di comunità e come leva di pratiche di innovazione sociale diffuse e capillari (da Torino a Palermo passando per le tante città di Provincia del Paese), ha permesso un posizionamento chiaro di RWI e una forte attrattività nei confronti di attivisti, famiglie e rifugiati, gli attori dell’ecosistema promosso dall’organizzazione. La piattaforma digitale, lungi dall’essere un semplice sito, rappresenta infatti l’infrastruttura abilitante dell’organizzazione e un elemento decisivo della sua funzione di produzione, oltre che un momento di aggregazione di informazioni e storie con cui assicurare una continua e imprescindibile attività di advocacy sui temi della migrazione e dell’integrazione sociale di rifugiati e richiedenti asilo. 

È tramite la piattaforma che ciascuno degli attori si iscrive, costruisce un suo profilo, che viene poi arricchito e completato grazie al lavoro degli attivisti sul campo fino a dare vita agli abbinamenti tra i protagonisti: non c’è abbinamento senza una famiglia ospitante, una persona ospitata, un facilitatore che sono quindi connessi tra loro nell’animare questa relazione e nella piattaforma stessa. La piattaforma rende quindi possibile l’accoglienza in famiglia e la raccolta, la sistematizzazione, l’analisi dei dati e la costante riflessione che RWI svolge su questo patrimonio informativo.

La persona ospitata

Con i termini “persona ospitata” intendiamo superare: 

la questione di genere che presuppone l’utilizzo di una terminologia impregnata di un sistema patriarcale, sessista e discriminatorio 

l’eccessiva categorizzazione dei termini riferiti a coloro i quali siano in una condizione di vulnerabilità di carattere sociale o economico. 

Siamo consapevoli che queste categorie, se da una parte servono per definire percorsi, progetti e finanziamenti ad essi dedicati, dall’altra portano a escludere gli abitanti di tali definizioni dal loro essere prima di tutto appartenenti alla categoria “esseri umani”. Per questa ragione nella stesura delle linee guida abbiamo deciso di utilizzare l’espressione “persona ospitata” per indicare le persone che si sono iscritte alla piattaforma di RWI per proporsi come coloro i quali intendono e desiderano condividere le risorse e le potenzialità del coabitare.

L’esperienza di questi tre anni di attività di RWI ci ha portato ad avere una casistica importante su cui orientarci. Ad oggi, nonostante RWI venga presentata come opportunità rivolta a tutti e tutte e abbia nel suo Statuto la dicitura “qualsiasi persona”, la preponderanza degli iscritti sono persone straniere, arrivate in Italia come richiedenti asilo politico, che hanno ottenuto una forma di protezione dallo Stato italiano (protezione internazionale, sussidiaria o umanitaria) accolti in strutture di emergenza straordinaria (CAS) o ordinaria (SPRAR) o già usciti dal sistema di accoglienza. Un elemento che richiama in modo intuitivo il “brand” Refugees Welcome ma, come abbiamo visto, è suscettibile di applicazioni anche in altri ambiti e cluster di persone fragili e vulnerabili laddove il focus sta nella capacità, attraverso il momento abitativo, di riattivare le risorse formali e informali in capo al soggetto beneficiario per la (ri)definizione di un progetto di vita autonomo (una proattività che il sistema di accoglienza nel suo complesso tende ad affievolire, deprivando il rifugiato/richiedente asilo di quei legami deboli che come chiarito da Grannoveter2 sono cruciali nella ricerca del lavoro e nei percorsi di autorealizzazione).

Gli attivisti

Con il termine intendiamo coloro che sono impegnati in un’attività finalizzata a produrre un cambiamento sociale e politico attraverso azioni per creare condizioni di fiducia, di partecipazione e collaborazione tra le persone coinvolte, aspetti indispensabili per avviare il processo di trasformazione della società in cui opera. Nello specifico il dato qualificante dell’attivista di RWI, aldilà cioè delle differenti attività previste all’interno del singolo gruppo territoriale, è di essere un facilitatore di relazioni. L’attivista di RWI sostiene infatti un gruppo di persone nella comprensione degli obiettivi comuni e si adopera per il raggiungimento degli stessi, cercando di incoraggiare il pensiero e le azioni di ciascuno. Per fare questo, l’attivista incoraggia la piena partecipazione, coltiva la comprensione reciproca e promuove la responsabilità condivisa. Il tutto all’interno di un orizzonte di cambiamento costruito sui concetti di reciprocità nella relazione e nei processi decisionali, di circolarità delle risorse e degli spazi e di condivisione delle esperienze e dei percorsi. 

In quest’ottica il ruolo dell’attivista si distingue da quello del volontario, non solo per la consapevolezza di un cambiamento voluto e cercato, ma per l’attività di co-progettazione intrinseca al momento della facilitazione: facilitare l’esperienza di convivenza significa sperimentare e sperimentarsi in un progetto di coesione sociale che investe non solo il momento abitativo ma anche le altre dimensioni personali-professionali e sociali3. L’attivista facilitatore è a tutti gli effetti un enabler di relazioni o, in altri termini, un innovatore sociale. Gli attivisti di RWI sono a tutti gli effetti attori agenti del cambiamento in atto e promotori di una diversa visione del mondo4.

La famiglia ospitante 

Con la parola “Famiglia” intendiamo la struttura sociale o gruppo i cui membri sono uniti fra loro da legami di parentela, di affetto, di servizio o di ospitalità che vivono o hanno vissuto nello stesso ambiente domestico. Non esiste un idealtipo di famiglia ospitante e anzi la casistica registrata nei tre anni di attività e nelle 120 convivenze attivate, ci parla di diverse fattispecie, nucleo familiare con figli, senza figli, single, coppie di fatto, amici, di ogni età. 

La famiglia ospitante, quale che sia la sua conformazione, è in ultima analisi la famiglia risultata idonea ad attivare la convivenza dopo l’intervista telefonica e di persona. Ma la famiglia ospitante è soprattutto un attore di cambiamento, un produttore di relazioni e risorse che concorre a produrre capitale sociale rendendo più coese e unite le nostre comunità. Un elemento importantissimo che integra l’offerta di politiche pubbliche allargando de facto l’area di welfare all’interno di una logica di responsabilità e circolarità delle risorse. All’interno dell’ecosistema di RWI la famiglia ospitante concorre insieme all’attivista e alla persona ospitata a cambiare il paesaggio sociale all’interno di regole di ingaggio ben precise e di un percorso di condivisione di responsabilità. Un processo complesso come complesse sono le relazioni e le persone e che RWI monitora e sostiene lasciando comunque alla naturalità dei processi comunitari e delle reti sociali il compito di creare alleanze, opportunità e autonomie. 

La famiglia ospitante si sente di sperimentare ed esprimere, in un contesto chiaro, protetto e che riconosce, una dimensione di cittadinanza attiva rispetto a un “problema sociale” di grande rilevanza. Mettendosi in gioco profondamente e in modo rilevante ha la possibilità di creare nuove forme di solidarietà e, in un momento in cui la coesione sociale viene minata dai molti problemi e dai profondi cambiamenti in atto in Italia e in Europa, di riattivare legami di comunità, ripensandosi come persone, famiglie e collettività. La famiglia reagisce all’assenza di politiche realmente inclusive, alla retorica xenofoba del dibattito pubblico, alle politiche di respingimento e di chiusura nelle quali non si riconosce. 

La famiglia ospitante è quindi quella che decide di mettersi in gioco e di accettare la sfida. La famiglia ospitante è quella ove ciascuno individualmente comprende l’importanza del passaggio che si accinge a fare ed è disposto a cambiare per accogliere l’altro. Come verrà illustrato meglio nel processo, le aspettative della famiglia vanno accolte e valutate con cura assieme agli attivisti, costituiscono allo stesso tempo la motivazione e il timore che l’esperienza non sia quella immaginata e sperata. In tale passaggio, il concetto chiave è quello di reciprocità, ove l’ospite è portatore di un mondo che va accolto nell’interazione costante con i mondi vissuti dalla famiglia.

L’ ospitalità in famiglia in pillole:

Le pillole riportate nella pagina a fianco rappresentano la visione di RWI dell’accoglienza in famiglia. Esse non sono certo esaustive né degli aspetti positivi, né delle difficoltà, che la convivenza comporta. Ci sembrava però opportuno mettere a fuoco fin da subito alcuni punti salienti della nostra esperienza, perché imprescindibili della proposta e quindi aspetti sottesi a tutte le scelte metodologiche che presenteremo. Il metodo non è mai neutro rispetto agli elementi che vengono dati, proprio alla luce di questo sarebbe stato poco corretto presentare i seguenti aspetti metodologici senza prima chiarire quali sono gli obiettivi espliciti (ma anche impliciti) che la convivenza eteroculturale comporta5.

Tips

  • Per chi decide di costruire un pezzo del suo progetto migratorio in casa:

    Un cambiamento profondo nella propria dimensione abitativa e un avvicinarsi graduale a una vita autonoma, senza perdere un senso di protezione e favorendo la creazione di rapporti umani e sociali. 

    Una conoscenza migliore, più veloce e spontanea del contesto sociale e territoriale.

    Un mettersi in gioco in maniera proattiva dovendo gestire la responsabilità delle proprie azioni all’interno di una realtà familiare di cui si è ospiti, superando la passività connessa spesso ai servizi assistenziali e alla dimensione che può risultare impersonale dei centri di accoglienza.

    La possibilità di potenziare il percorso di autonomia avviato nelle precedenti fasi di accoglienza raggiungendo l’autonomia in uno spazio di relazioni e condivisioni.

  • Per chi decide di accogliere in casa uno o più rifugiati:

    Uno sperimentarsi in una dimensione di cittadinanza attiva rispetto ad un tema sociale di grande rilevanza.

    La possibilità di vivere un’esperienza diretta di quello che succede in paesi lontani e diversi dal proprio, ampliando i propri orizzonti culturali e la propria esperienza di vita.

    La possibilità di creare nuove forme di solidarietà e di riattivare legami di comunità, diventando parte di una rete di persone e famiglie, creando nuove possibili esperienze solidali e proattive rispetto alle esigenze sociali dei territori di riferimento.

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