Conclusione della convivenza e avvio verso l’autonomia

Introduction:

Questa consiste nella fase finale del progetto e dunque nell’uscita della persona ospitata dalla casa dove ha vissuto per almeno 6 mesi. È un momento delicato che può destabilizzare emotivamente sia gli ospitanti che l’ospite, pertanto i referenti sono chiamati a: 

Pensare ad una eventuale “famiglia panchina” qualora la persona non sia in grado di provvedere a una soluzione autonoma, non sia possibile prolungare la convivenza o vi siano motivi per i quali è consigliabile interromperla. 

Gestire le emotività relative alla fine convivenza laddove, contemplando il sentimento della separazione, si promuova una riflessione sulla piacevole e positiva condivisione. 

Gestire il legame post-convivenza promuovendo momenti di confronto sugli esiti del progetto di autonomia. 

Valutare gli effetti della convivenza sulla vita di tutti gli attori coinvolti. 

Al pari delle altre, questa fase richiede molta attenzione, cura e condivisione. I sentimenti legati alla chiusura dell’accoglienza sono spesso contrastanti e delicati, vanno rispettati e accolti, nonché considerati per la progettazione delle successive esperienze. 

Talvolta, può essere necessario attivare campagne di crowdfunding o di microcredito per sostenere l’avvio dell’autonomia abitativa e anche in questo caso, la rete familiare e sociale vissuta durante la convivenza, diventa essa stessa promotrice di risorse utili a tale fine. Ricordiamo che le famiglie ospitanti non esauriscono la loro disponibilità in un’unica convivenza ma spesso rimangono in contatto con RWI per proseguire l’ospitalità nei confronti di altre persone. Alla luce di ciò la fase conclusiva rispetto agli effetti della convivenza così come il confronto del “post-convivenza” assume un ruolo fondamentale e da non sottovalutare. 

Nell’ipotesi in cui sia decisa la proroga della convivenza questa deve avvenire in riferimento a dati oggettivi e di opportunità non per eccesso di “attaccamento” tra le persone che potrebbero, se non socializzate, limitare l’autonomia della persona. Naturalmente, passato un periodo orientativo massimo di un anno, RWI rispetta le scelte personali dei protagonisti, che possono decidere in totale autonomia di proseguire la vita insieme, per i motivi più vari, che non richiedono più un accompagnamento dell’associazione: in questi tre anni, sono stati diversi i casi di questo tipo, legati in particolar modo alla scelta di qualcuno, sostenuta dalla famiglia, di riprendere gli studi superiori o universitari. 

In questo il facilitatore ha un ruolo fondamentale e le schede a disposizione diventeranno utilissime nel ristabilire il patto iniziale e i tempi e gli obiettivi dati. Da qui si comprende quanto la metodologia sviluppata da RWI, permetta di confrontarsi in un percorso condiviso, circolare, e per quanto sviluppato intorno a una rete di attivisti, rigoroso e competente. Il fatto che tutto ciò avvenga all’interno di un contesto locale permette di non creare standard universali ma di adattarli, di volta in volta, alle esigenze e alle risorse specifiche del territorio dove vengono attivate. Questo non vuol dire che non sia possibile che esse diventino pratiche riproducibili a livello nazionale, al contrario. L’esperienza e le informazioni raccolte in questi tre anni di attività hanno portato a dimostrare come lavorando nel micro si siano potute creare risonanze nel macro attraverso lo sviluppo di quelle che potremmo definire “reti lunghe”: attraverso strategie sperimentate e successivamente, come in questo caso, elaborate, strutturate ed organizzate, si sono sviluppate reti capaci di interconnessioni con i sistemi territoriali locali.

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